• IL PERSONAGGIO: Josè Van Roy Dalì (la video intervista)
  • di Roberto CASTELLUCCI.

 

In un assolato pomeriggio estivo raggiungo il Maestro (immediatamente mi chiede di chiamarlo Josè, minacciando in caso contrario supplizi medievali…) presso il suo buen ritiro nella campagna romana. Una villa molto nascosta agli occhi dei passanti  ma anche personalizzata dal tocco inconfondibile dell’artista sin dal cancello, ornato dal suo stemma (nobiliare?) in stile surrealista. Tutto è surrealistico, persino le zanzare….il cui ronzio e picchiate sono degne di un incubo da film di Hitchcock! Il giardino, ricco di fiori e piante che spuntano da ogni dove, è dominato da un ulivo centrale che solo momentaneamente ruba l’attenzione alla piscina blu. Il blu, uno dei colori preferiti dall’artista al punto da imporlo come nome a uno dei numerosi mici che affollano casa Dalì. Diversi cartelli mettono in guardia sul carattere bizzarro del proprietario, tra i quali una lapide emergente dal prato che fissa con un’epigrafe le sue date di nascita  e di morte: 17/2/1940 – 23/1/1989. Non impiega molto, da profondo surrealista quale è, a convincermi che è morto, ma che sembra vivo, ma che presto rinascerà sotto forma di animale… E così ogni dettaglio, ogni decorazione, ogni cimelio che ci assale diventa oggetto di storie paradossali…ma vere. E sì, sono gli oggetti che vengono da noi, non noi che ci illudiamo di guardarli scegliendoli… Entrando, ci assale un pesciolone gigante dalla parete, poi il soffitto decorato sembra crollare sulle nostre teste, il tempo di notare il berretto rosso paterno e spunta un minaccioso coccodrillo ligneo da una finta vetrata… Siamo nello studio, una miriade di foto ci colpisce, mille personaggi che gli stringono la mano, che ricevono una sua preziosa opera o che lo premiano. Non esiste comunque una parete con più di qualche centimetro disponibile. Lo studio è forse l’ambiente che offre meno opere proprio perché le pareti accolgono numerose foto ricordo… Sul letto della camera matrimoniale troneggia un Cristo crocifisso, copia ampiamente ritoccata del famoso Crocifisso di san Giovanni, opera del padre: qui il surrealismo cesella la rappresentazione onirica con due semplici e intuitive figure geometriche, la circonferenza e il triangolo.

Il padre. Si avverte ovunque, Salvador Dalì, e Josè cita la frase che solitamente dice a coloro che mettono in dubbio tale illustre paternità: “La prova che sono il figlio di Salvador Dalì è il fatto che nelle mie vene non scorre sangue ma colore….”. Mi parla della sua vita, di una piccola parte della sua vita, dandomi la certezza che non basterebbe un mese per raccontarmi tutto il vissuto. L’artista è l’uomo e l’uomo è fatto di episodi, di esperienza, di emozioni.. E di scherzi: tanti episodi burleschi, tante barzellette, tante imitazioni. Una rassegna di personaggi di cui imita alla perfezione il tono di voce e l’accento regionale. Non a caso in gioventù Josè è stato un attore. Ammirava Eduardo De Filippo, il più grande attore di sempre. Come nella migliore rappresentazione teatrale della Commedia dell’Arte, con un ingresso preannunciato da Josè, si materializza la moglie. Bellissima, siciliana, molto ospitale, è cosciente di essere la figura di riferimento, la musa dell’ordine, per un grande spirito libero quale quello di Josè Dalì.

Nonostante vetrate decorate cerchino di separare i vari ambienti interni, nella casa museo non c’è soluzione di continuità, una compenetrazione perpetua di arte contamina ogni persona e oggetto che si immerga nell’aria impregnata anch’essa di surrealtà. E il respirare mi è caro in questo mare…

 

 

di Roberto CASTELLUCCI

Vice Direttore di inArt-e

 

 

 

 

 

 

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